Translations

(into English, Italian, Portuguese language)

INVALID IN THE DESERT OF MY DESIRE FOR YOU
(From The sky in parentheses, 2016-2017)


One ought to sit
and watch farewells
at the bus station.

Guessing from the worn tyres
and the clatter of suitcases.
how far those lives
have travelled.

Lazy kisses corresponded,
bored lads
with plastic guns,
business trips
by men in ties,
couples contractually
partnered,
students counting
their change
while smoking cigarrettes,
the tatooed girl
waving to her boyfriend
an name in ink
crossing her navel.

Epitaphs without tombs,
individuals who die
a little
in the arms of others.

What would it be like to bid farewell
if we were the ones on the platform
who are waving at each other?

From which region would
each have travelled
and to which thighs return?

Which step
of this vast staircase
would recount the farewell?

Nobody can escape
from themselves
covering the whole frosty horizon
with a sunshade.

This is why I go alone
to watch others
without rucksacks, bags
or holdalls in my hand.

Like one who carries love
stuck to my ribs
or sewn inside the hem
of my skirt.

Translation: Mark Gant (University of Chester)


THE SKY IN PARENTHESES
(From The sky in parentheses, 2016-2017)


That things
settle in their own mould
does not mean
that they have become ours.

Perhaps I mean to say
that the tree of absence
has branched and rooted
in the right place.

Like an unexpected guest
one must also learn to give
appropriate space
to emptiness.

Translation: Mark Gant (University of Chester)


PURE BODY
(From The only door was yours, 2015)


Inhabited by hollows
with the memories that brought you one day to my sea
you move away from me.

Floating as the waves with empty bottles,
salt that slides a frozen and slow river.
I kept for you the corner of the caress
in the seat of all my daily rituals.

I killed, I lied, became another,
abdicated all places where you weren’t
but I found the gunpowder for the buffalos
dwelled in my dreams.

Cause everything
from toothpaste
to your early fire letters of desire
changed address
and nothing will be always
nobody will come to the same building
nor undress me with four letters

LOVE:

you won’t undress me anymore
in the bed
of my soul.

Translation: Marisa Martínez Pérsico


PROVISIONAL SMALL DEATHS
(From the unpublished book The sky in parentheses, 2016-2017)


This wander all cities you like
looking for a sign of yours:
a curl, a hair,
a slice of fabric in the windows,
a warm meduse as your soul
between your thighs and fears
a dying elephant.

This rented room in a shrine of Rome,
a sweet and constellated caress,
this go blank sweating around world:
highways, spiderswebs of light,
noiseless wagons
with steps that don't carry to the heart.

This go moving elsewhere,
without filling,
eternal enmity that links me to the things.

This way of rocking cities like a stone
to ask
without an echo
to the horizon
where did it place the red ceiling of your mouth
or the oscillating viaduct of your fingers,

these parts of nothing that still call you,
this nothing on pieces that still names you
and doesn't find you
and doesn't find you
and doesn't find you
and doesn't find you

(ECHO)

Translation: Marisa Martínez Pérsico


LJUBLJANICA SAVA
(Da L’unica porta era la tua, 2015)


Sfumano certi gesti
della crociera che abbiamo fatto a Ljubljana.
Le sensazioni aeree,
come il vento giocava con la mia gonna,
come l’acqua cantava nel movimento.
Lì ho toccato
per un secondo
la punta acuta della gioia
però è stata così lieve al tatto
che l’ho perduta al passare il primo ponte
dove stringe il passato
come una scarpa vecchia e difettosa
che ancora vorresti metterti.

Traduzione: Antonio Nazzaro (Centro Cultural Tina Modotti Caracas)


POETICA AMBULANTE
(Da Poetica ambulante e altre poesie, 2003)


Tornare,
sempre andare da qualche parte,
invocare il rituale
del trasloco.

Traduzione: Antonio Nazzaro (Centro Cultural Tina Modotti Caracas)


ARTERIA SECONDARIA
(Da L’unica porta era la tua, 2015)


Questa città mi osserva coi tuoi occhi
Luis García Montero

Ogni città mi guarda con gli occhi di un’altra
con chi hai potuto passeggiare per una strada,
sospirare all’unisono in un parco pubblico,
lanciare lo stesso pane agli scoiattoli.

Ogni città ha una strada che evito,
la vedette delle mappe,
l’infallibile nei percorsi turistici.
Una che la vide pulsare,
vagabonda,
al tuo fianco,
comprare vestiti in negozi prevedibili,
fare foto
a obelischi d’inventario.

Io,
allora,
mi immergo nei vicoli invisibili,
passaggi toccati dall’alba che filtra di nascosto,
con vasi che ospitano ragni silenziosi.

E danzo come una ballerina sul suo palco
per uno spettatore in prima fila.

Forse la mia vita accanto a te è questo:
un passo diverso
per una città che ricordi ancora.

Traduzione: Katia Caiazzo (Corso di Traduzione per l’Editoria – Instituto Cervantes Napoli, Università di Napoli L’Orientale)


STAZIONE DI CAPRANICA
(Da Il cielo tra parentesi, 2016-2017)


Las ideas tienen sus paisajes
Juan Ramón Jiménez

Il finestrino si ferma su un graffito.
Mi sposerai?
La vernice è sbiadita
dalla trama delle piogge successive.

Che ne sarà del presente
di quel fuoco di midollo e ardore.

Parte il treno,
si spegne una domanda.

Traduzione: Federica Silvino (Corso di Traduzione per l’Editoria – Instituto Cervantes Napoli, Università di Napoli L’Orientale)



FRANCHI TIRATORI DI SARAJEVO
(Da Il cielo tra parentesi, 2016-2017)


Perché non ce ne andiamo
in vacanza in Bosnia?
È stata la tua domanda
in questi anni.

Sfogliavi la rivista Bell’Europa
e vagavi per casa
con un quadro
del vecchio cimitero ebreo.

Sulla foto del negozio
che recita Cvjecara
i fiori sbocciano sulla roccia
attraverso i segni
del mortaio.

Si vendono delle orchidee
per gli innamorati
e per i morti, mi dicevi.

Perché non organizzare
un viaggio in Erzegovina
quest’estate?

Eri triste fuori tempo.

Ma allora
eri solo un ragazzo
di buona famiglia
che attraversava il confine
dei Balcani
per sdraiarsi sulle spiagge
senza bombe dell’Egeo.

Ma è facile essere lirici
con le tragedie altrui.

Pavoneggiarsi tra i simboli
con temi prestati
senza usare le ginocchia
come zampe di cane
per eludere i maquis
del Boulevard Selimovica.

Perché non andiamo a Mostar
anche solo per qualche giorno?

Io avevo tredici anni.
Il padre di un’amica
si svegliava attaccato
ad una radio europea
per sapere dell’assedio,
di suo fratello a Markale,
di quella Miss Universo
incoronata sottoterra.

Io ascoltavo i The Cult
nell’altra stanza.

La purezza non ferisce
quando il male non ci tocca.
Dopo Sarajevo
non è possibile guardare un bambino
senza bendarsi gli occhi.

Non hai più insistito.
La condurrai ora, per mano
all’ossario delle tortore
del quadro.

E ogni cosa è al suo posto,
amore,
non chiedermi scusa.

Io avrò altre montagne.

Traduzione: Daniela Signorino (Corso di Traduzione per l’Editoria – Instituto Cervantes Napoli, Università di Napoli L’Orientale)


ADDIO A UN PORTO
(Da Il cielo tra parentesi, 2016-2017)


La luce che brilla a doppia intensità
dura la metà del tempo.

Blade Runner

Butto l’occhio
nella serratura del cielo che si fa giorno,
disegna un’alba intangibile
il bisturi dell’insonnia.

Una processione di anatre
accompagna le navi destinazione Procida.
L’andirivieni giallastro delle torri normanne.
Il salnitro del porto.
Il brusìo compatto delle auto.
Il sollievo di non essere indispensabile
perché tutto ciò accada.

Dicono che il tempo è un’efficace spazzola
di chiome ribelli.
Che le divinità marciscono
lentamente
nella storia dei riti personali.
Che le pagine restano.

Scalo la rocca
dove affondarono a colpi la Repubblica.
Evoco Eleonora Pimentel da Sant’Elmo
in un dialogo obliquo
della tua storia e della mia.

Ci siamo detti parole di dormiveglia e schiuma,
siamo stati due corpi distesi fuori tempo
mascherando le rovine del dolore
con un dolore corrente.

Ogni pena è perfetta
quando è pura.

Dico addio a un porto.
Il suo castello si impone
in un’isola vulcanica
di pietre di tufo e mosaici bizantini.
Fu prigione, residenza di nobili,
fabbrica di specchi e di cristalli.

Era un uomo che amavo.

Traduzione: Francesco Setola


DUNAV SAVA
(Da Il cielo tra parentesi, 2016-2017)


Passano i pini azzurri di Belgrado.
Dal loro ultimo inverno,
attraverso i rami di un’altra lingua,
mi saluta mio padre.

Non sarò cambiata molto negli anni,
al di là di una figlia,
la cui vita non riuscì a sussurrare.

Sotto il suono dei clacson,
dal vetro che abbozza un pentagramma,
il passato è un libro che comincia.

Chi lo avrebbe detto:
invocare due ricordi che non si possono parlare
al mio tavolo per tre del pensiero.

Il passeggero di fronte mi sorride,
dai suoi occhi sfilano memorie del futuro.

Mia figlia che osserva, anche lei, dalla finestra.
In che mondo distante
si è seduta a invocarmi
mentre guarda i pini di un altro cielo
che transitano, pieni di otarde?

Siamo arrivati alla stazione. Si disperde
il colloquio familiare. Nulla è cambiato.

Forse ciò che importa del paesaggio,
è meritare un posto nella memoria
di qualcuno che ci ha amato
quando siamo assenti.

Traduzione: Giovanni Gemito (Corso di Traduzione per l’Editoria – Instituto Cervantes Napoli, Università di Napoli L’Orientale)


FAREWELL DUE
(Da Le voci delle foglie, 1998)


Addio alla poesia grezza, quella assurda
meraviglia imperscrutabile.
Mare magnum sintagmatico del secolo,
metastasi di versi stampati.
L’avanguardia del riccio e del capibara,
rallegriamoci di non capire niente che meraviglia,
ti amo tanto ma sto bene light alone,
che obbrobrio quel vestito della nonna.
Marketin’ del verso addio,
addio.

Traduzione: Federica Silvino (Corso di Traduzione per l’Editoria – Instituto Cervantes Napoli, Università di Napoli L’Orientale)


UNICO INCONTRO
(Da L’unica porta era la tua, 2015)


Ne te verrai-je plus que dans l’éternité?

I

Scendi
dalla tua bocca al mio seno
fino a posare la tromba,
ape,
nella regione convessa,
di nettare,
che ti ha attirato.

Fuggirai,
alata,
dopo l’ultima svolta di sospiri
che si estingue nell’arco di tre ore.

Tra le mie gambe aperte come un piatto
voglio vedere la tua mandibola di toro
pascolare meticolosa
nel dondolio senza fretta dell’estate.

Getta l’ancora, nave nella baia,
ultimo porto incagliato nella mia pampa.
Porto appena fondato,
porto in rovina.

Sono stata la puttana di un paese
dove l’unica porta era la tua.

Ho suonato il campanello,
vacillante,
come chi cerca se stessa:
la parola segreta era la mia ombra.

Ho salito le scale
senza pause di caffè
del tuo palazzo.

Oggi,
che questa casa non esiste,
non so più come chiamarti,
vivo in un esilio senza mura,
vegeto negli angoli obliqui del desiderio
facendo acqua da tutte le parti.


II

Scendo,
questa volta,
lungo lo spessore veemente del tuo addome,
percorro i tuoi punti cardinali,
le tue cinque dimensioni,
sospesa in un brivido senza fine,
con gli occhi del corpo
che ti guardano.

Devasto,
chiocciola,
ciò che trascorre
sotto la mia lingua.

Lascio scie di saliva:
mi trattengo,
continuo,
sibilo,
tremo,
avanzo
tra licheni, meduse, pergamene
con la fame nei giorni del deserto.

E mentre ti accarezzo con il palmo della bocca
e ti mastico con i denti delle mani
come un’ala danzante di cicala
compaiono le immagini di un uccello,
di un bebè, di un’alba fredda d’inverno in Costanera,
il ridere con luce dell’infanzia
quando il mondo era integro, era buono.

Per un caso che non provo a comprendere
il tuo ventre mi porta dall’altra riva,
in te si accoppiano tutti i miei pezzi,
non ci sono ferite
e questa volta la verità ha il tuo nome.


III

Le nostre mani si scontrano sul bordo del letto,
si stringono con impeto selvaggio
attratte da molecole e gocce.

Così restiamo,
in un placido piacere senza parole.

Giriamo attorno ad un rocchetto immaginario
per guardare il paesaggio da ogni cucitura:
bordi,
canali,
finestre,
lucernari.

L’unica tua pelle che io ignoro
è quella che ricopre le tue grotte più profonde,
quella spina che pulsa
non so per quale profumo.

Delle tue sconfitte intuisco le ceneri.


IV

Di nuovo faccia a faccia
come neonati che imparano a guardare
nello sguardo lucido dell’altro,
oltrepassi la dogana del mio corpo
con il vezzo limpido dell’aria,
eludi il mio confine senza pause
di gendarmi né ispezioni,
cerve bianche che espellono colline
e questo doppio scorrazzare
per esimerci da un vecchio debito

sei con me dentro di me sono con te dentro di te
non c’è un’altra certezza più pura di questo istante


Ciò che dura è la sabbia,
il fondo di linfa delle foglie.
Con un orologio te ne andrai come arrivasti
a questa lotta di favole perdute.

All’ultima stazione
mi investe l’autobus degli addii.
I liquidi si asciugano.
Le ore sono giunte al loro termine.
Inizio a raccogliere i miei petali caduti nella stanza:
una fibbia,
una scarpa,
il riserbo diviso in sei metà,
la vista, l’olfatto e i loro contorni.

Il rito dell’igiene in un stanza attigua.

Dolce e violenta intersezione,
unico incontro.

Ti accompagno, no, non preoccuparti,
la porta che si chiude.

Traduzione: Federica Silvino (Corso di Traduzione per l’Editoria – Instituto Cervantes Napoli, Università di Napoli L’Orientale)


CANÇÃO DE EMBALAR PARA UN FANTASMA
(Do livro O céu entre parêntese, 2016-2017)


Há um menino que me pede
que o traga a este mundo
que ho arranque do fundo do acaso
e le dê un nome
um berço
um urso colorido.

Quem soubesse, menino meu
se alguém mais te enviaria, das nubens, postais
endereçados ao número da tua porta.

(Eu seria una lágrima noturna
junto ao sul de tua irmã.)

Quem soubesse, pequeno, se algum dia
eu poderei levar-te pela mão
por entre as coisas inertes e adormecidas
como um feixe de cometas com luzes no corpo
e un gibão para os esquilos encantados.

Há um menino que sofre.
Eu não sei consolá-lo.

Tradução: Victor Oliveira Mateus (Revista de poesia e ensaio Cintilações, Editorial Labirinto, Porto)